MOVIE TELLERS 2017 ANCHE NELLE PROVINCE DI ALESSANDRIA E ASTI

Claudio Braggio / coordinatore Presidio Piemonte Movie di Alessandria

Torino – Le narrazioni cinematografiche di Movie Tellers 2017, in programmazione da giovedì 4 a mercoledì 31 maggio in tutto il Piemonte, approderanno anche nei territori delle province di Alessandria e Asti, ma non soltanto nei capoluoghi essendo interessate anche le Città di Acqui Terme (AL) e San Damiano (AT).

L’innovativo progetto di Piemonte Movie, che conta ben 33 presidi attivati da appassionati ed esperti di cinema, consiste nel raddoppiare il prestigioso festival cinematografico che si sviluppa principalmente in Torino, portando in ben ventotto località quattro pacchetti formati ciascuno da un lungometraggio, un cortometraggio e un documentario di qualità, tutti accomunati dall’essere stati prodotti e girati in Piemonte.

Si tratta di un vero e proprio festival cinematografico realizzato in modo diffuso sul territorio, che per quanto concerne la Città di Alessandria avrà la prima domenica 7 maggio nella sala Adelio Ferrero del Teatro Comunale, mentre le date successive avranno quale luogo deputato il Cinema Kristalli in piazza Ceriana giovedì 11 e poi giovedì 18 ed infine giovedì 25 maggio, sempre a partire dalle ore 18,30 sino alle 24,00 con una pausa dalle ore 20,00 alle 21,00 in cui ci si potrà rifocillare con cibarie e vini selezionati.

In quel di Acqui Terme in provincia di Alessandria è prevista un’unica data, mercoledì 17 maggio al cinema Cristallo, ma occorre tener conto che si tratta di una iniziativa che vuol crescere nei prossimi anni, ampliando sia le date, sia gli schermi di proiezione.

Nella sala Pastrone in Asti invece il programma sarà quello completo, con proiezioni a partire da venerdì 5, con le altre venerdì 12, venerdì 29 e quindi venerdì 26 maggio.

La data prevista per San Damiano (AT) è quella di chiusura, mercoledì 31 maggio al cinema Lux.

Ventotto eventi in 18 giorni, per un totale di 84 proiezioni in ben 13 sale cinematografiche, con il coinvolgimento di 40 enti presenti in sette province, toccando quattro capoluoghi e nove comuni, perché oltre a quelle citate saranno presenti le Città di Cuneo e Vercelli, nonché Candelo (BI), Ceva (CN), Cherasco (CN), Chieri (To), Ivrea (TO), Omegna (VB), Pinerolo (TO).

Uno sforzo organizzativo imponente, sostenuto da Piemonte Movie in stretta collaborazione con Fondazione Film Commission Torino Piemonte, Museo del Cinema di Torino, Regione Piemonte, Film Investimenti Piemonte, Torino Film Festival.

Senza dimenticare il nutrito gruppetto di sostenitori come Slow Food ed in due occasioni anche Coldiretti che si occuperanno delle pause per rifocillare gli spettatori, oltre ad Agis, Associazione Stampa Subalpina ed altri.

Nel corso di ogni appuntamento sono attesi i realizzatori delle opere filmiche, registi e sceneggiatori, direttori della fotografia ed attori, ma gli organizzatori dell’evento riuniti nel Progetto Piemonte Cinema Network hanno diffuso anche una lunga lista di possibili ospiti, nomi noti nel panorama cinematografico nazionale, che saranno presenti in almeno una delle date del Festival.

Per ulteriori dettagli si rimanda al sito piemontemovie.com

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SMETTETE SUBITO DI LEGGERE LA FINZIONE COME NARRAZIONE DELLA VITA REALE DELL’AUTORE!

Il panico si diffonde ogni qualvolta un autore pubblica uno scritto o lo mette in scena oppure lo trasforma in opera audiovisiva, perché scatta immediatamente l’irrazionale quanto irragionevole gara di quanti spiluccano ogni frase, ogni battuta, ogni scena come una rappresentazione della sua vita.
Di certo vi sono autori che confondono i confini tra sé stessi e il proprio lavoro, in quella commistione creativa definitiva da Antonin Artaud nel saggio “Il teatro ed il suo doppio”.
Il commediografo, regista e  attore Francese riteneva che l’arte scenica dovesse essere nuovamente considerata forma di creazione autonoma e pura, nella prospettiva dell’allucinazione e della paura, filtrando però i processi distruttivi, l’odio e la violenza, per farli risultare purificati e superati.
La presunzione autobiografica, da sempre rifuggita dagli autori di vaglia, farebbe apparire un lavoro svolto con pigrizia e con tratti di slealtà nei confronti del pubblico, del lettore, dello spettatore.
Piuttosto, scrivere o filmare è un buon modo per nascondersi pur mostrando con onestà i propri pensieri e le esperienze e le considerazioni, perché trattare in modo pubblico della vita  è più di una espressione artistica, è più di proporre un’idea, è più che scatenare una discussione.
Gli autori sono costruttori di mondi immaginario, che pur essendo universo non può che essere rappresentato se non per piccoli pezzi, frammenti di un lavoro di finzione che può essere una sorta di caleidoscopio della vita.
Nulla è in effetti come l’intero originale, ma i frantumi possono essere ricomposti da chiunque lasciando che la finzione svolga il proprio ruolo.
L’atmosfera magica della sospensione dell’incredulità che ci permette di assaporare ogni storia, anche quella che infine sarà incredibile come la storie di fantasmi o le fantasie su popoli alieni.
Le esperienze fatte con la lettura di un libro, con la visione di un film, con la compartecipazione ad uno spettacolo teatrale sono reali, anche se completamente inventate e nel contempo sorrette dal fascino esercitato dalla connessione fra vita reale, autori ed il loro lavoro.
Gli autori cinici ritengono che il senso del lettore o spettatore origini nel diritto di fargli scegliere qualsiasi pezzo di informazione che esso desidera.
Gli autori più tollerante immaginano invece il pubblico come mistero da risolvere, da coinvolgere in un piacere a cui può essere aggiunto altro piacere.
In questo senso concentrare la propria attenzione sulla questione autobiografica rende meno interessante l’opera, a causa del costante timore di trovare cose che non sono realmente accadute, che non sarebbero potute accadere.
La pena che ci si infligge, in questo caso, è quella di non accorgersi dei sentimenti che sono molto, molto vicini a noi.
L’immaginazione non cade dal cielo, ma è un elemento terreno attorno a cui occorre lavorare molto, prendendo in prestito dalla vita reale, da quella dell’autore, come pure da quella di altre persone, magari incontrate una sola volta.
Infine, il cinema, precisa arte sorretta da tecnica e azione operaia, sfrutta in modo naturale un’empatia che sfugge dal profondo dell’animo umano, per rifugiarsi in esteriorità che è sintesi costruita da esistenze votate alla trivialità in cui si riconosce ciascuno di noi.

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IN PROVINCIA, L’INTELLETTUALE È INUTILE

Che cosa è un intellettuale contemporaneo o che cosa dovrebbe essere?

La risposta ovvia considera una persona che lavora con la propria intelligenza, affinata dalla lettura, dalle conversazioni e dall’analisi critica in merito a diversi temi, capace di trasformare questa inclinazione in forma di sostentamento.

Quindi l’intellettuale non si dedica al lavoro fisico o comunque tenta di non praticarne nessuno, secondo la rappresentazione corrente voluta dall’immaginario collettivo.

Il non far nulla è la massima aspirazione della maggior parte di quanti popolano la parte civilizzata del Pianeta, mentre gli altri sono indaffarati a sopravvivere.

I rappresentanti di questa categoria li immaginiamo soprattutto grazie alla televisione ed ai loro libri, accettandoli come tali senza discutere, mentre lo spirito critico nei loro confronti si fa un poco acido in considerazione di qualche rappresentante minore, di quelli reperibili in provincia.

Una condizione che solleva più di un problema.

Interpretare la loro funzione come quella di operai dell’intelletto risulta difficile, perché una fonte di (pre)giudizio è rappresentata dalla loro posizione sociale, che stranamente pare debba sempre coincidere con occupazioni di prestigio, perché cooptati o comunque ben inseriti in questo o quel settore pubblico ovvero a partecipazione pubblica.

Posizioni che prestano il fianco a critiche, avvalorate dall’astensione a critiche alla classe dirigente e dall’assenza di formulazioni di obiettivi.

In altri termini, l’esser stati definiti intellettuali, da sé stessi o da persone di potere compiacenti, pare originar diritto ad una occupazione stabile e magari poco impegnativa, che contraddice l’essenza della libertà di critica che dovrebbe condurre parole e azioni.

L’intellettuale di provincia preferisce astenersi, per quieto vivere, così preferisce scartabellare polverosi archivi per dare poi alle stampe pubblicazioni che trattano di cose passate, senza mai avventurarsi nel presente.

Il desiderio di esprimersi ed il coraggio sono virtù che non sembrano appartenere a questa sottocategoria sociale, perché sono elementi che trascinerebbero i suoi componenti nella formulazione di una critica spietata di tutto ciò che esiste.

Un intellettuale siffatto sarebbe quindi un critico sociale preoccupato di identificare, analizzare, trovare spunti per superare gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento di una esistenza migliore, più umana.

Sarebbe allora inevitabile considerarlo un piantagrane, un personaggio che dà fastidio alla classe dirigente.

Il potere si difenderebbe in malo modo accusandolo di essere utopico, metafisico, sovversivo, sedizioso e nel peggiore dei casi pseudointellettuale perché privato della gioia di vedere pubblicati i suoi scritti a spese della collettività, grazie all’intervento della politica.

Difficile che un intellettuale di provincia si spinga verso una critica che non sia ristretta alle proprie conclusioni o che s’avvenuri nel conflitto con i poteri forti, ma in questo caso prontamente si dedica all’asservimento volontario.

Ecco, se l’intellettuale non si può compromettere, allora è difficile ritenerlo tale e comunque la sua funzione non risulta avere utilità alcuna per la collettività.

Disaccordi, argomentazioni, aspre lotte culturali sono del tutto inevitabili, anzi indispensabili per accertare la natura, i mezzi, le condizioni necessarie per garantire salute, sviluppo economico e la felicità comune.

Senza queste condizioni, nessun individuo può considerare sé stesso, né essere pensato come un intellettuale.

Per questi motivi, in provincia l’intellettuale è inutile.

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QUELLI CHE USANO LA GRAMMATICA COME SE FOSSE UN’ARMA IMPROPRIA

La prima immediata, emotiva reazione è di chiedere che sia rubricata come reato penale grave l’uso della grammatica come arma impropria, che risulta esser tale nella bocca e negli scritti dell’ondata emergente di ignoranti.

A scatenare l’indignazione sono due notizie decisamente tragiche per gli effetti nefasti che stanno già producendo: il 60 per cento degli Italiani non legge e inoltre, i fatti sono connessi, gli studenti non conoscono la lingua madre.

La perdita di lettori nel mercato dei libri non è affatto una questione legata allo sviluppo industriale.

Il patrimonio perso va ben oltre le questioni di carattere economico, trattandosi della creazione di un vuoto culturale destinato a trasformarsi in catastrofe sociale.

Il paragone non è azzardato, ma ha le stesse caratteristiche del depauperamento del territorio con parallela incuria nel settore sicurezza, quella combinazione che al verificarsi di situazioni pericolose, naturali o provocate che siano, distrugge cose o addirittura uccide persone e animali.

Gli sciocchi forse sorrideranno, ma gli ignoranti che non leggono libri e che sbagliano le coniugazioni dei verbi, il congiuntivo è da sempre loro mortale nemico, non debbono ispirare tolleranza o mal riposta simpatia.

Lettura e scrittura sono frutto di sano esercizio: saper leggere permette di affrontare tanto un romanzo quanto un testo tecnico o scientifico; saper scrivere permette di divulgare le proprie idee; saper fare bene tutte e due le cose permette di affinare le competenze linguistiche, quindi di allargare la base di apprendimento necessaria per professionalizzare il sapere sviluppando il talento.

Altra strada non c’è.

Il mondo delle immagini, che siano televisive o catturate nella rete, non ha una vera capacità sostitutiva in tema di conoscenza e analisi della realtà, delle cose concrete, della scientificità.

Condivido pienamente il timore manifestato da oltre seicento docenti in merito all’incapacità di moltissimi studenti, perché se non leggono e non sanno scrivere difficilmente sapranno esprimersi verbalmente.

Sono tutte cose pericolose, anche nella vita quotidiana, quando si tratta di spiegare con parole semplice, efficaci e corrette quale sia un problema oppure una necessità ovvero un’emergenza.

L’ignoranza genera soprattutto fraintendimenti, incomprensioni, corruzione, truffe, intolleranza, eccetera, eccetera.

Inoltre produce distorsioni nella mentalità, quel complesso fatto di atteggiamento, valori, convinzioni di una popolazione capace di svolgere un ruolo dominante nel comportamento e nel progresso dell’umanità.

Con tutto ciò qualcuno potrebbe pensare che io ritenga gli ignoranti in tutto ovvero in parte responsabili delle crisi economica, del mal funzionamento delle istituzioni, della violenza e degli atti criminosi che funestano la società contemporanea.

Confermo che è proprio così.

Si tratta di un male sociale, anzi di una vera e propria piaga da estirpare in modo puntuale e preciso, cominciando col dotare il sistema scolastico di strumenti adeguati e di una riforma formulata in modo logico.

Siamo al disastro, come ha notato fra gli altri il professor Massimo Cacciari, perché si è sminuito il valore di materie fondamentali come storia, geografia, filosofia, senza dimenticare la lingua italiana e quindi il latino.

Sono questi i pilastri necessari per la costruzione delle mappe mentali, per l’affinamento del corretto ragionare, strumenti indispensabili per poter accedere a qualunque altra materia scientifica, matematica in primo luogo.

Col professor Cacciari ho avuto il piacere e l’onore d’essere fra i relatori in una recente iniziativa in ordine al concetto di Democrazia, organizzata giovedì 2 febbraio 2017 in Alessandria dall’associazione Arcipelago.

La parola, quando espressa in modo corretto, tanto nell’occasione citata come in tutti i confronti civili, permette di condividere pensieri e dispensare i doni più diversi agli intervenuti tutti, i quali lasceranno la sala con alcune ricchezze.

Gli ignoranti possono soltanto brillare per assenza, non soltanto mentale, per questo ritengo sia bene che chiunque non appartenga a questa orda selvaggia, individui almeno un loro adepto e gli dica di smettere.

Per il bene comune.

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IL GATTO POLDO! VA AL PREMIO ARTE 2016

originale opera già apprezzato simbolo per gli artisti che si avvicendano sul palco dell’Isola Ritrovata in Alessandria

Milano – Nel mese di ottobre uscirà il catalogo 2016 del prestigioso Premio Arte- Cairo Editore, bandito dall’omonima rivista specializzata, e fra le 120 opere selezionate ci sarà anche un “Poldo”! che ho appositamente realizzato per partecipare, confidando di vederlo anche fra i quaranta finalisti che avranno l’onore d’essere esposti dal 10 al 13 novembre nelle sale di Palazzo Reale in Milano.

Questa è la prima volta che partecipo ad una selezione per artisti visivi e sono davvero lusingato d’essere stato apprezzato dal direttore della Rivista Michele Buonomo, e naturalmente dai suoi collaboratori, che ha apprezzato l’opera “Gattopoldo!  In tre atti e due tempi”.

L’opera è composta da due pannelli in cartone telato dipinto in acrilico, che dovranno essere disposti ad alcuni cm di distanza fra loro, essendo necessario per spezzare la figura centrale col simpatico gattino (i due tempi della proiezione nella sala cinematografica), su fondo blu scuro con ai lati due figurazioni informali (i tre atti strutturali della sceneggiatura).

Chiaro l’omaggio al modello narrativo della sceneggiatura, considerando nella pittura la stessa forza espressiva del cinema, con quelle affinità che pure sono presenti nella poesia.

Il “GattoPoldo!” è stato realizzato in oltre cento esemplari originali diversi per tecnica, esecuzione, dimensioni e donato ad altrettanti scrittori, poeti, saggisti, musicisti, cantautori, compositori, teatranti, cineasti ospitati nelle serate culturali organizzate dal circolo l’Isola Ritrovata di Alessandria.

La sua origine data dal 2008 in Alessandria, quando è apparso nella mia prima personale “Colori in fonda alla nebbia”, ospitata nella galleria d’arte Opificio delle Arti annessa al Museo del Ferro, quindi è stato riproposto nella seconda personale “Nebbia a colori”, che ha trovato accoglienza nel 2013 nella galleria Studio d’Arte 102 di Alessandria (che accoglie in rotazione opere di artisti di qualità, mentre in una parte vi è una permanente delle opere del maestro Ugo Nespolo).

Vi sono poi due mie partecipazioni a collettive organizzate dalla galleria Studio d’Arte 102, ma nel 2015 in “Pinocchio&Friends” a venire esposta è una mia interpretazione del celebre burattino (con un piccolo Poldo! Come firma) rappresentazione della (Alessandria), mentre per “Cuori infranti” del 2016 ricompare il gattino con tanto di cuore spezzato.

A completare il quadro ci sono anche due copertine originali realizzate per il cantautore torinese  Federico Sirianni, il quale per una edizione speciale di sole cento copie in vinile del suo LP “Dio dei baraccati” ha selezionato alcuni artisti per realizzare opere uniche, poi batture all’asta per beneficenza.

Al momento è tutto qua e l’essere selezionati in un contesto così importante rappresenta già un riconoscimento, che il magro percorso espositivo ha fatto appena intravedere, perché l’essere artista è qualcosa che fa parte del proprio animo, pur se è molto bello quando se accorgono anche gli altri.

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A CHI HAI DETTO ARTISTA?

sull’inutilità di un albo e sulla difficoltà di certificazione

Alessandria – La questione è sorta in occasione degli Stati Generali della Cultura in Piemonte, essendo accertato che la cultura è un lavoro, suscettibile di produrre non soltanto sostentamento ai lavoratori di settore, ma anche di ampliare i benefici dell’attività in senso sociale e quindi condiviso.

Cultura, arte, spettacolo…

Le questioni s’intrecciano e mai come oggi il concetto di multimedialità ideato negli anni Trenta (Picabia ed altri), s’intreccia con tutti i sistemi della comunicazione e della conoscenza, che possono ampliare la loro portata e divenire merce con la spettacolarizzazione (Debord).

Il punto centrale è l’arte, difficile da definire in termini perentori, quindi ancor più complessa risulta l’individuazione di parametri per individuare l’artista.

L’artista, ma anche l’organizzatore che lo affianca, deve essere senza dubbio produttore di senso, attività a cui dedica totalmente o in parte il proprio tempo (per farlo, sovente per sopravvivere deve svolgere attività scarsamente connesse coll’arte; purtroppo).

In modo professionale e giammai raffazzonato come fanno certi improvvisatori estemporanei, sedicenti artisti (che dicono di sé, appunto), i quali sperano si possa colmare il vuoto di conoscenza ed esperienza col semplice attivismo.

Talento, passione e capacità sono gli elementi che contraddistinguono un artista autentico, professionista a tempo pieno o meno che sia, rafforzati da affidabilità ed abnegazione.

Buone qualità che si riscontrano nell’impostazione progettuale, come nell’esecuzione del prodotto artistico.

Apprezzabili dal pubblico, ma che sfuggono a qualunque classificazione burocratica o manageriale, incapaci di avere l’ultima parole sul valore dell’arte.

Ecco quindi l’impossibilità di costituire un albo delle professionalità, ad imitazione di quello degli ordini prevalentemente tecnici.

Tuttavia s’avverte l’esigenza di dare sistemazione, se non classificatoria almeno orientativa, in merito alla qualificazione degli artisti, individuabili in base al percorso di studio ed alle realizzazioni; come accade, per esempio, nel mondo cinematografico, con riferimento alle regionali film commission.

Nulla può salvarci dall’artista fasullo (il sedicente…) o cattivo, imposto talvolta da un sistema corrotto invogliato da affinità nient’affatto artistiche, che pure raccomanda quello presuntuoso.

Il mercato, il pubblico, gli artisti stessi potrebbero in teoria sostenere l’artista ottimo, autentico che esiste nonostante l’esistenza precaria che deve sopportare, che abbia o meno successo.

Un mondo ideale, la cui esistenza dell’artista autentico dipende fortemente dalla possibilità di mantenersi vivendo da parassita della società, perché secondo il pensiero dominante il dedicarsi all’arte significa smarrire il proprio tempo in qualcosa di inutile, dedicandosi ad un soddisfacimento personale innanzitutto.

Nel sistema capitalistico-mercantile l’arte appare incapace di assolvere alcuna funzione pratica.

Inoltre, per potersi sviluppare non deve soffocare né la forte componente anarchica, né quella folle coerenza capace di generare propri principi pagando lo scotto per le eresie prodotte nei confronti del conformismo.

In questo stanno le ragioni e la forza che identificano l’artista autentico, dotato non soltanto di talento, ma anche di quell’entusiasmo suscettibile di generare prestigio non tanto in vita, quanto dopo la sua scomparsa.

Gratificazioni spirituali, sovente combinate con un buon grado di tolleranza sociale esercitata nei confronti dell’artista autentico.

Le forme di potere osservano con preoccupazione e diffidenza quanti sfuggono ai precetti su forma e contenuto e che, inoltre, non sono riconducibili a strutture organizzate inclini a scendere a compromessi con la società contemporanea.

Una più equa distribuzione della ricchezza, una migliore ripartizione delle opportunità ed una maggior quantità di tempo libero, sortirebbero forse l’effetto benefico di un incremento della domanda sociale di arte, dei prodotti artistici.

Verrebbe incrementata la reputazione artistica, che in un sistema capitalistico-mercantile si converte immediatamente in risvolti economico-monetari, ampliando lo sfogo della spesa specialmente per quanto concerne le risorse personali.

La convenienza ad investire nell’arte e negli artisti c’è ed è concreta, nonostante qualche sprovveduto abbia a suo tempo detto che con la cultura non si mangia.

Permane un problema di fondo, che riguarda la vita dell’artista autentico, perché provvedere alla sua esistenza è un dovere sociale, ma come lo si potrà distinguere dalla moltitudine di lavativi che si barcamenano fra ozio e inconcludenza?

Non è certo dalla politica, né dalla burocrazia che potranno giungere proposte sensate, che si limiterebbero a costruire barriere per escludere gli artisti antisociali ovvero quelli autentici, senza cui non ci sarebbe alcuno sviluppo culturale.

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LA BUONA OCCASIONE DEGLI STATI GENERALI DELLA CULTURA IN PIEMONTE

anno 2016 / Cuneo 22 e 23 giugno / Alessandria 30 giugno e 1 luglio / Novara e Verbania in settembre, Biella e Vercelli in Ottobre, Torino in Novembre/ la sessione conclusiva plenaria in Novembre a Torino

La buona occasione offerta degli Stati Generali della Cultura in Piemonte ha già prodotto alcuni pregevoli risultati, come quello di far dialogare Istituzione e portatori d’interessi nella loro qualità d’artisti ovvero di organizzatori, quello di creare una prima rete relazionale e, non ultimo, quello di far emergere in modo serio e ragionato criticità facendo proporre dai diretti interessati possibili soluzioni di sistema.

Sono questi elementi preziosi anche per la Pubblica Amministrazione tutta, dal più piccolo livello, perché suscettibili di rilanciarla in un autentico ruolo di centralità, fatto di condivisione delle linee di indirizzo e di coordinamento delle azioni, in luogo di talune disdicevoli scelte del passato orientate alla sostituzione in settori vari della cultura.

Il suggerimento degli Stati Generali è partito dal Comitato Emergenza Cultura Piemonte, accolto dal Consiglio Regionale e ben attuato dall’Assessorato alla cultura e turismo retto da Antonella Parigi, che in ogni sessione territoriale assolve il pregevole compito di ascoltare gli operatori qualificati.

Ora, si tratta di far tesoro di questo impegno alla prima fase, con passaggi di territorio provinciale in territorio provinciale e conclusione operativa nel corso del mese di novembre in Torino, quando verrà dato conto degli elementi utili per una condivisa riforma legislativa regionale del settore.

Il lavoro viene svolto in forma di confronto diretto sui quattro temi fondamentali della governabilità dei sistemi, del riconoscimento delle professionalità culturali, dell’imprenditoria di settore in un’ottica trasversale e in bilanciamento con il turismo, le necessità dei pubblici e le capacità attrattive degli operatori.

Una giornata di dibattito per dieci tavoli contemporanei, ciascuno con dieci qualificati attori del sistema culturale piemontese affiancati da facilitatori e osservatori col compito di trarre sintesi concrete, restituite il giorno successivo in riunione plenaria e rimpolpata dal successivo invio di materiali contestuali.

Una ricerca stimolata dalla brutale riduzione delle risorse impiegabili per lo sviluppo della cultura e delle imprese ad essa connessa, come accade per esempio per il bilancio regionale dedicato ormai ridotto da 135 a 37 milioni di euro.

Tuttavia non è soltanto di riduzione delle risorse pubbliche che si tratta, quanto piuttosto di ripensamento delle azioni e del ruolo del supporto pubblico.

La creatività non può essere compressa da scelte politiche o addirittura diventar suddita di finanziamenti, perché la prova della sostenibilità risponde a criteri di proposta degli artisti, di richiesta e gradimento da parte del pubblico indipendentemente dal numero delle presenze, dalla necessità di non disperdere il patrimonio comune sia esso bene culturale materiale ovvero immateriale.

Non si tratta soltanto di definire il miglior ruolo della Pubblica Amministrazione, perché gli stessi operatori qualificati di settore avvertono come utile tanto la necessità di far riconoscere la qualità d’ogni artista ovvero organizzatore, quanto di regolare in modo serio l’apporto del volontariato quale utile supporto a molti progetti e addirittura a sistemi integrati.

Talento, affidabilità, abnegazione, percorso di formazione ed esperienze sono qualità che offrono gli elementi per redigere una mappatura del territorio, mentre improvvisazione, atteggiamenti supponenti e disimpegno procurano un vero e proprio nocumento a tutti quanti, professionisti o volontari che siano.

Il capitale culturale è un bene comune e come tale va tutelato, in modo decisamente virtuoso quando s’innesca un meccanismo ci compartecipazione fra pubblico e privato, fra Pubblica Amministrazione ed operatori di settore.

Inoltre, la cultura è un lavoro perché impegna risorse e produce lavoro, sebbene in massima parte come occupazione precaria e non continuativa e considerando il volontariato, soltanto come appagamento per quando utile essendo suscettibile di produrre un diffuso benessere sociale.

L’arte in qualsiasi forma ed espressione suscita interesse in porzioni di pubblico, ma appare sostanzialmente inutile per quanti ritengono non svolga almeno una delle due condizioni fondamentali, produrre svago oppure prestigio.

Ci si è interrogati sull’attrazione del pubblico, inteso non solo come fruitore bensì anche nel ruolo attivo di partecipante, facendolo emergere dallo stato inattivo in cui è considerato potenziale o da quello socialmente negativo di non-pubblico.

Informazione, deficienze nell’accesso come nell’uso di strumenti informatici, dissolvimento dell’identità culturale, modalità di partecipazione e coinvolgimento sono i temi da affrontare in ogni proposta, in ogni progetto che possa davvero ritenersi sostenibile, ottenendo un giusto riconoscimento all’esistenza a prescindere dalla troppo semplicistica valutazione numerica delle presenze.

Per questi motivi è opportuno che vengano attivati strumenti utili come quelli della narrazione del territorio legata fortemente al sociale, del supporto tecnico d’impresa e d’associazione per gli ostacoli di carattere normativo e tributario, di trasversalità dei settori e di contaminazione fra le arti.

In queste buone ragioni poggia l’opportuna composizione dei tavoli di dibattito; quindi, chi ben comincia…

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